Serenza Informa approfondisce la figura del cantautore con un'intervista esclusiva.
La musica non si esaurisce con l'ultimo applauso. Al termine del concerto "Chiama i ricordi col loro nome", che Renato Franchi & His Band hanno portato in scena il 4 luglio a Carimate, resta il desiderio di conoscere più da vicino il percorso di un artista che da oltre trent'anni affianca la propria produzione musicale a un costante lavoro di valorizzazione della canzone d'autore italiana.
La serata, organizzata dalla Pro Loco di Carimate e ospitata nel suggestivo Antico Cortile del Torchio, ha richiamato numerosi appassionati e ha riportato al centro la figura di Fabrizio De André, proprio in uno dei luoghi che conservano una parte significativa della storia della musica italiana.
Per questo motivo, la redazione di Serenza Informa ha scelto di accompagnare il racconto dell'evento con un'intervista a Renato Franchi, in un dialogo che accompagna i lettori alla scoperta del suo mondo artistico e delle motivazioni che continuano a ispirare il suo lavoro.
La tua carriera dura da oltre trent'anni e hai sempre alternato la tua musica agli omaggi ai grandi cantautori. Quando è nato il tuo legame con Fabrizio De André e quanto ha influenzato il tuo modo di scrivere e vivere la musica?
Il mio legame con la musica di Fabrizio De André dura da moltissimi anni ma ci sono stati due momenti significativi che ho raccontato nella mia autobiografia “Lungo la strada – anni di vita e di musica” e che vorrei rievocare ora.
Il primo è quello della mia scoperta di questo grande artista: mentre mi trovavo in vacanza in Liguria – siamo nei primi anni Sessanta - e stavo trascorrendo la serata con un gruppo di amici, udii le note de “La ballata del Miché” provenienti da un juke-box.All’epoca avevo 14 o 15 anni e la melodia magica di quella canzone, unita alla voce del cantante, mi sembrò qualcosa di straordinario, di mai udito prima.
L’altro episodio risale alla metà degli anni Ottanta: Faber stava per portare in tournée il suo album “Crêuza de mä” e aveva scelto, come tanti altri artisti in quel periodo, di effettuare le prove dei suoi concerti presso il Teatro La Torre di Rescaldina, la cittadina dove abitavo e abito tuttora. Io e i miei amici, alcuni dei quali musicisti come me, rimanemmo molto colpiti dalla professionalità e dalla precisione con la quale De André chiedeva ai suoi collaboratori di ripetere più volte i passaggi dei vari brani per ottenere il risultato sonoro che lui riteneva più appropriato.
La fondazione della mia band “Orchestrina del Suonatore Jones”, nata per rendere omaggio alla produzione di De André e alla canzone d’autore italiana, risale invece al 1999.
Quanto al mio modo di scrivere e vivere la musica, non posso dire che sia stato direttamente influenzato da De André: come lui, ho sempre voluto raccontare nelle mie canzoni la realtà che mi circonda e a volte puntare il dito contro le ingiustizie, mostrando la mia sensibilità per le problematiche sociali, tuttavia la mia formazione ed il mio gusto musicale si sono formati tramite l’ascolto di moltissimi altri artisti, italiani ed internazionali (tra i tanti potrei citare i Beatles, Luigi Tenco, Pierangelo Bertoli, Massimo Bubola, i Beatles, Bob Dylan), per non dimenticare la mia attenzione verso la musica popolare, intesa come autentica espressione dell’anima di un popolo, della quale l’Italia ha un patrimonio ricchissimo che va giustamente valorizzato.
Carimate non è un luogo qualsiasi per ricordare De André: qui ha registrato due album che hanno fatto la storia della musica italiana. Che emozione hai provato nel portare questo concerto proprio in un luogo così ricco di significato?
Sono stato a Carimate diverse volte in tempi recenti, a titolo personale, partecipando a diverse iniziative della Pro Loco e, naturalmente, conoscevo la storia degli Stone Castle Studios. Ho avuto poi l’opportunità di suonare qui, all’ombra del Castello, un mese fa con la mia band, in un concerto-omaggio a Franco Battiato in occasione della presentazione di un libro a lui dedicato, scritto da Walter Pistarini e Gianfranco D’Adda, e poi di nuovo l’altra sera con il tributo a De André. Apro una parentesi: Gianfranco ed io abbiamo intrapreso la nostra attività musicale da adolescenti in un complesso, i “New Vox”, dopo di che abbiamo preso strade diverse e lui è diventato il batterista di Battiato. Ci siamo ritrovati a suonare insieme negli anni Duemila ed ora lui è un membro stabile del mio ensemble.
Tornando a Carimate, avere per ben due volte l’opportunità di esibirci qui è stata una grande soddisfazione, perché in questo luogo personaggi come lo stesso De André, Dalla, Finardi, Bennato e moltissimi altri hanno realizzato alcuni dei capolavori della discografia italiana, mentre grandi fotografi come Guido Harari, Cesare Monti, Renzo Chiesa li hanno immortalati in scatti memorabili. Ora in questi stessi luoghi sono state collocate le targhe dedicate a tutti gli artisti che, in due decenni, sono stati protagonisti di un’autentica “età dell’oro” della musica italiana e per noi essere parte della rinascita di questo “borgo della musica” è stata sicuramente una grande emozione.
Nel concerto del 4 luglio avete proposto sia le canzoni di De André sia alcuni brani del vostro ultimo disco, L'Improvviso. C'è un filo conduttore che unisce il tuo modo di raccontare la realtà con quello di Faber? Quale messaggio hai voluto lasciare al pubblico attraverso questa scelta?
L’elemento di critica sociale e la rivendicazione di una società più equa, senza ingiustizie e senza guerre, è da sempre presente nelle mie composizioni, fin da quelle del mio primo gruppo, il “Canzonaccio”, fondato negli anni Settanta e attivo fino alla fine degli anni Novanta. Nella mia produzione ho sempre avuto attenzione per le tematiche sociali e in questo, come ho detto prima, si può intravedere la mia sintonia con la sensibilità artistica di Faber.
De André, come è noto, ha raccontato la realtà attraverso lo sguardo degli esclusi, degli sconfitti e dei “diversi”; la sua poetica abbatte la retorica e il giudizio morale per restituire piena dignità umana agli emarginati, agli ultimi, e critica aspramente la società borghese e la sua ipocrisia. Nel mio ultimo album “L’improvviso” i temi sociali sono presenti in modo abbastanza esplicito: “Pane e piombo” denuncia il genocidio di Gaza, mentre “Bologna 2 agosto 1980” ricorda la più grande strage messa in atto dalla strategia della tensione nel nostro Paese.
Nel nostro concerto di sabato scorso abbiamo privilegiato le canzoni che raccontano in modo più trasversale le problematiche del nostro tempo; è comunque sempre importante per noi presentare al pubblico, oltre agli omaggi ai grandi cantautori, i nostri brani originali, dato che abbiamo circa venti album all’attivo.
Nei tuoi concerti si percepisce sempre un forte coinvolgimento del pubblico, che spesso canta, si emoziona e partecipa attivamente. Quanto conta per te questo rapporto diretto con le persone e cosa ti porti a casa quando scendi dal palco dopo una serata come quella di Carimate?
In tutti i nostri concerti, sia nel cantare Fabrizio che quando proponiamo i nostri brani, invitiamo sempre il pubblico a cantare con noi o scandendo il ritmo battendo le mani; è un elemento comunicativo che ci viene spontaneo ed è parte integrante di ogni serata, diventando nei fatti un valore aggiunto per ogni nostra performance.
Questo aspetto favorisce il superamento della barriera tra artista e pubblico, creando magneticamente una sintonia e un’atmosfera di intimità e di complicità tra noi e le persone che cosi vivono il concerto con grandi emozioni, non solo come spettatori ma anche da protagonisti diretti e partecipi di ogni emozione che arriva dalla musica e dalle canzoni.
Succede spesso che alla fine di un concerto, ed è avvenuto anche nelle due serate di Carimate, che più persone ci abbiano dichiarato apertamente la loro commozione per la nostra interpretazione di canzoni che già di per contengono un livello alto di emotività.
Le motivazioni profonde di ricerca intellettuale e umana che stanno alla base degli album di Fabrizio De André sono per me una meravigliosa e misteriosa fabbrica di emozioni libertarie. Quando canto le sue canzoni, parafrasando il titolo di un suo album, è un po’ come guarire i mali del mondo di tutte “le anime salve”. Questa è l’intensità emotiva che io vivo; in più occasioni ci è stato detto che è un’emozione interpretativa che si percepisce, e credo pertanto che questa sia una componente di energia interiore che contribuisce alla partecipazione attiva e al coinvolgimento degli spettatori.
Per concludere, direi che alla fine di ogni concerto io e i musicisti della band, e così è stato anche per gli eventi promossi dalla Pro Loco di Carimate dedicati a Battiato e a Faber, ritorniamo sempre a casa soddisfatti e gratificati per le emozioni che abbiamo vissuto, grazie anche agli apprezzamenti del pubblico che confermano il valore artistico e professionale del nostro percorso musicale.